Giovanni Boccaccio

 

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    Decameron

    La struttura dell'opera

    Il Decameron è una raccolta di cento novelle, inquadrate entro una cornice narrativa. Fu scritto probabilmente tra il 1348 e il 1353. L’autore racconta come, durante la peste che nel 1348 devasta Firenze, una brigata di sette fanciulle e tre giovani di elevata condizione sociale decida di cercare scampo dal contagio e dalla dissoluzione della morale e sociale della vita cittadina ritirandosi in campagna. Qui i dieci giovani trascorrono il tempo fra banchetti, canti, balli e giochi, e per occupare piacevolmente le ore più calde del pomeriggio decidono di raccontare ogni giorno una novella ciascuno. Quotidianamente viene eletto dalla brigata un re, a cui tocca fissare un tema ai narratori; tuttavia ad uno di essi, Dioneo, è concesso di non rispettare il tema generale: e due giornate, la prima e la nona hanno tema libero. Nell’introduzione ad ogni giornata viene descritta la vita gioiosa e idillica della brigata, in cui non si verificano mai avvenimenti di rilievo, ma tutto si svolge secondo precisi rituali.Tra novella e novella si inseriscono ancora i commenti degli uditori su ciò che hanno ascoltato e ogni giornata è chiusa da una conclusione in cui è inserita una ballata, cantata a turno da uno dei giovani. Questi non hanno caratteri e psicologie definite, che facciano di loro autentici personaggi. I loro nomi richiamano o personaggi precedenti delle opere dello stesso Boccaccio, o personaggi letterari e mitologici. L’esercizio di raccontare occupa dieci giorni: di qui proviene il titolo dell’opera, che in greco significa appunto “di dieci giorni” (sottinteso “novelle”). Il titolo conferma quel gusto per la lingua greca che Boccaccio aveva manifestato sin dalle opere giovanili, ed è modellato sull’Hexameron di sant’Ambrogio, che racconta dei sei giorni della creazione.

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    Il Proemio, le dichiarazioni di poetica dell'autore e il pubblico

    Il libro si apre con un Proemio, che è di fondamentale importanza perché vi si delineano i motivi che domineranno nell’opera intera. Lo scrittore si preoccupa di giustificare il proprio libro e afferma il proposito di voler giovare con esso a coloro che sono afflitti da pene d’amore, sulla linea cortese, è assunto come simbolo di nobile sentire e di un civile costume. Ciò individua il livello letterario a cui vuole collocarsi il Decameron: una lettura intensa al piacevole intrattenimento di un pubblico non composto di letterati di professione, anche se raffinato ed elegante. Sempre nel Proemio, Boccaccio spiega di volersi rivolgere alle donne per rimediare al “peccato della Fortuna”: le donne, egli sostiene, possiedono in misura molto minore degli uomini la facoltà di trovare distrazione dalle pene d’amore, perché ad esse sono preclusi la caccia, il gioco, il commerciare, le attività che possono occupare l’esistenza dell’uomo; nelle novelle perciò esse potranno trovare diletto ed utili suggerimenti, che allevieranno le loro sofferenze. In questo motivo dell’ammenda al “peccato della Fortuna” è suggerito il tema fondamentale del Decameron: la capacità dell’individuo di superare le avversità, d’imporre il suo dominio su una multiforme e imprevedibile realtà regolata dalla fortuna. Un altro spunto fondamentale, suggerito dalla dedica alle donne, è il peso che nell’opera ha il motivo amoroso. In effetti, gran parte delle novelle tocca questa tematica. Essa può assumere anche forme licenziose, e questo aspetto suscita reazioni negative in un certo pubblico retrivo. Nell’introduzione alla IV giornata, e poi ancor più esplicitamente nella Conclusione dell’autore, Boccaccio affronterà anche questo problema, rivendicando il suo diritto ad una letteratura libera dagli impacci moralistici eccessivamente arcigni, ispirata ad una concezione naturalistica dell’eros. Si delinea un’idea di letteratura del tutto laica e mondana, svincolata dalle pregiudiziali religiose e morali di tanta letteratura medievale, compresi la Commedia e il Canzoniere.

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    La peste e la "cornice"

    La narrazione, nell’introduzione alla prima giornata, ha inizio con una lunga descrizione della peste che devasta Firenze, per trovare scampo alla quale i dieci giovani si rifugiano in campagna. L’atteggiamento fondamentale di Boccaccio di fronte al flagello è una forma di disgusto misto ad angocia per il disgregarsi e il degenerare di quelle norme sociali, di quei civili e raffinati costumi per i quali egli ha un vero e proprio culto. L’iniziativa dei dieci giovani, che trovano scampo dalla peste in una lieta esistenza, secondo norme precise e gioiosamente rispettate, ha proprio la funzione di ricomporre la socialità minata e sconvolta dal flagello. La cornice non è dunque un’aggiunta puramente esornativa ed estrinseca, ma un elemento essenziale alla struttura del libro e del suo significato: come ha indicato Getto, la disgregazione sociale superata nella socialità serena e decorosa della brigata è uno schema in cui si riflette il motivo centrale del Decameron, l’osservazione degli ostacoli che la natura e la fortuna oppongono all’esistenza umana e la celebrazione della forza e dell’intelligenza dell’uomo, che sa affrontare e superare quegli ostacoli. In questo conflitto si manifesta un’arte del vivere, che si attiva secondo un ideale tutto mondano, nell’ambito di una realtà sociale. La vita serena e armoniosa ritratta nella cornice esprime la fiducia boccacciana nella possibilità d’imporre un ordine umano alla realtà, travagliata da forze avverse che portano alla disgregazione e al caos. La cornice è legata alle novelle da un rapporto necessario anche perché documenta il clima di civiltà e di gusto da cui nascono e a cui si rivolgono le novelle. Sempre Getto ha osservato come la cornice sia caratterizzata da un ideale signorile di armonia e di equilibrio, cioè da un’atmosfera diffusamente contemplativa, distaccata e immobile, a differenza delle novelle, in cui domina l’energia dinamica e l’azione; nella cornice si ha inoltre un’ideale uniformità di spazi e di condizioni sociali, mentre nelle novelle brulica tutto un mondo vario e multiforme. Ebbene, questo ideale di armonia contemplativa è essenziale nella struttura del libro. Come ha indicato Getto, la cornice serve a filtrare la realtà molteplice e percorsa da conflitti e tensione, vale a distanziarla in modo da consentire una distaccata contemplazione. Boccaccio nelle novelle s’immerge in quel mondo brulicante e caotico, ma al tempo stesso, nella cornice, si solleva al di sopra di esso, guardandolo da lontano. Alla realistica attenzione al concreto si affianca un bisogno di idealizzazione, nei termini di una signorile misura di vita. La cornice ha la funzione essenziale di obiettivare questo bisogno di dominare intellettualmente in caos del molteplice, di ricomporlo in un’armonica unità, questo bisogno di trascrive una scabra realtà materiale in cifre elegantemente stilizzate.

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    Le forze che muovono il mondo del Decameron: la Fortuna e l'amore

    La vita dei mercanti è sottoposta continuamente all’imprevisto, che può favorire un’iniziativa o portarla al fallimento. Propria del nuovo mondo dei traffici e degli scambi è dunque l’idea che la realtà è dominata da una forza capricciosa ed imprevedibile, la Fortuna. L’idea della Fortuna era già presente nella coscienza medievale, ma essa era ritenuta una forza subordinata al superiore disegno della provvidenza divina; Dante infatti, nel canto VII dell’Inferno, fa della Fortuna una gerarchia angelica che è preposta alla sfera delle cose terrene. Al contrario nella visione della società mercantile, e di Boccaccio che ne è l’interprete, la Fortuna diviene solo un complesso accidentale di forze, non più regolato da alcuna volontà superiore: quello che noi diremmo il caso. E’ una visione ormai laica, che non esclude certo la presenza di Dio nel mondo (a Dio Boccaccio si richiama continuamente), ma che ritaglia una sfera autonoma, avente in sé i suoi fini, la sfera terrena dell’agire umano. La Fortuna è la risultante oggettiva di una serie multiforme e complessa di forze e di agenti, naturali e sociali: essa può manifestarsi attraverso i fenomeni naturali, come le tempeste marine che fanno naufragare due volte il mercante Landolfo Rufolo, oppure attraverso il combinarsi imprevisto di azioni umane (ad esempio la serie di incontri notturni di Andreuccio da Perugia, sino al finale arrivo della seconda compagnia di ladri che lo libera dalla tomba dell’arcivescovo). La Fortuna può essere avversa o favorevole, può assecondare o contrastare l’agire dell’uomo. Essa è la grande antagonista dell’”industria” umana, che per misurarsi con essa deve dar prova di saper calcolare, prevedere in anticipo, porre difese, ma deve anche sapersi dimostrare rapida ad escogitare ripari dinanzi a colpi subitanei, decisa ed energica nel mettere in atto le decisioni. L’altra grande forza che anima l’universo del Decameron è l’amore: è essa che costituisce il tema centrale di molte novelle e muove l’iniziativa di molti personaggi. Anche l’amore è visto in una prospettiva tutta laica e terrena. Non è più “l’Amore che muove l’ sole e l’altre stelle” della Divina Commedia, ma una forza che scaturisce dalla Natura. In quanto tale, per Boccaccio è una forza in sé sana e positiva, che è assurdo e vano frenare o reprimere. Anzi, soffocarla è una colpa, che può generare sofferenza e morte. Per questo, Boccaccio vede con favore gli eroi che adoperano ogni mezzo per raggiungere il loro fine amoroso, e soprattutto guarda con intenerita e sorridente approvazione lo sbocciare del desiderio naturale nei giovani. La concezione naturalistica dell’amore che domina nel Decameron anticipa quella che sarà propria del Rinascimento: non a caso Boccaccio sarà autore molto amato ed imitato in quell’età. L’amore nel Decameron si presenta nelle più varie forme. Può essere fonte d’ingentilimento, secondo i dettami cortesi, portando individui rozzi ad una superiore sensibilità e altezza d’animo, oppure può costituire uno stimolo all’industria, aguzzare le capacità dell’individuo per il raggiungimento dei propri fini. Inoltre l’amore può dare origine alla commedia dei sensi, animando una serie di novelle licenziose, fondate sulla beffa e l’adulterio; però può dare origine anche alle situazioni più tragiche, sublimi e patetiche, come, in genere, in quelle della IV giornata, dedicata a colo “li cui amori ebbero infelice fine”. In queste novelle Boccaccio riprende e sviluppa l’antico tema cortese dell’”amore e morte”, consacrato dai romanzi di Tristano e Isotta, che vede i due amanti, separati in vita da forze avverse, riunirsi nella morte. L’argomento erotico di numerose novelle ha contribuito nei secoli a creare intorno a Boccaccio una fama di oscenità. Al contrario, la realtà della carne e del desiderio sensuale, essendo considerata come manifestazione di una forza di natura fondamentalmente spontanea e innocente, è sempre contemplata da Boccaccio con occhio sereno e sgombro di malizia. Egli non indugia mai nelle descrizioni di situazioni erotiche con malsana curiosità, né insiste su particolari crudi, ma passa accanto a queste realtà senza soffermarsi eccessivamente, accennandovi in modo rapido e velandole di sorridenti metafore. Pertanto non v è mai in lui grossolanità oscena: pur manifestando un contegno di aperta disponibilità nei confronti della vita del sesso, anche negli aspetti più materiali, egli sa mantenere un superiore, distaccato equilibrio di fronte alle situazioni più audaci.

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    La molteplicità del reale nel Decameron

    La legge essenziale del mondo poetico petrarchesco era la selezione rigorosissima delle presenze reali, che derivava dalla crisi della coscienza e dall’impossibilità di far riferimento a sicuri moduli d’ordine in cui inquadrare la realtà nella sua interezza. Boccaccio invece ignora ogni selezione ed esclusione e dimostra un’aperta disponibilità verso la vita, in tutti i suoi aspetti. In effetti, come ha indicato Getto attraverso una puntuale analisi, una molteplicità variatissima di presenze reali, di casi, persone, situazioni e oggetti si addensa nelle pagine del Decameron. Tutte le azioni della vita sono compiute dai personaggi boccacciani, dalle più basse funzioni fisiologiche alle più alte attività spirituali, intellettuali e artistiche, dai gesti più quotidiani e banali alle azioni più rare ed eroiche. Parimenti tutti gli aspetti della società e della natura sono registrati nelle cento novelle, senza alcuna scelta in senso idealizzante, anzi, si direbbe con la volontà di esplorare sistematicamente tutte le possibilità del reale, senza arrestarsi dinanzi alle manifestazioni più ruvide e corpose. In queste pagine si allinea una lunga sfilata di figure che occupano i gradi più diversi della società. Vi sono i rappresentanti degli ordinamenti del passato, re, grandi feudatari, alto e basso clero, ma la presenza più folta è dai ceti della moderna civiltà urbana. Al di sotto vi è la plebe urbana, operai, servi e, più ai margini, gli abitanti della campagna. Come il mondo sociale, così come quello naturale è esplorato esaustivamente. Tutti i luoghi ed i fenomeni naturali sono registrati, mari, fiumi, boschi, giardini, case;così pure le ore del giorno, dalle ore notturne propizie agli inganni e ai sotterfugi alle ore del giorno, la varie stagioni, i fenomeni atmosferici, pioggia neve, calure ardenti e gelo. Si può notare, fra i luoghi, una speciale predilezione per il mare che, col suo mutare capriccioso e imprevedibile, diviene metafora della Fortuna e fa da sfondo alle novelle più avventurose. Il mare ha però anche una dimensione realistica, in quanto richiamala concreta vita dei mercanti, che al mare spesso affidavano gli averi e la vita, nella ricerca incessante di moltiplicare le loro ricchezze.

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    Il genere della novella

    Con il Decameron raggiunge la sua forma più compiuta il genere della novella, il racconto breve in rposa; anche il termine si afferma definitivamente solo nel Trecento. La novella ha le sue radici in una lunga e multiforme serie di esperienze narrative, sviluppatesi nel periodo precedente e da esse trae materia e spunti: l’exemplum morale e religioso, il romanzo cavalleresco, i fabliaux francesi, i racconti arabi e orientali, diffusi in Occidente attraverso vari canali, le fiabe e i racconti popolari, i racconti orali delle brigate aristocratiche e cittadine. E’ un genere che ha per fine l’intrattenimento, l’evasione, il piacere che nasce dal seguire casi avventurosi, dal motto pungente e arguto, dalla vicenda sentimentale felice o infelice, dalle situazioni erotiche e maliziose, dalle beffe. E’ indirizzato essenzialmente ad un pubblico di non letterati, che nella lettura ricerca un’occupazione dilettevole. Di questo Boccaccio è ben consapevole, come dimostrano i suoi interventi in prima persona nel Proemio e nell’Introduzione alla IV giornata. Essendo svincolato dai codici che regolano la letteratura “alta”, il genere consente allo scrittore grande libertà di trattare i temi più diversi, tragici o elevati o comici e grotteschi; gli permette di proporre modelli di vita raffinati e cortesi come di compiacersi nello scherzo irriverente e delle situazioni licenziose, di delineare i sentimenti più nobili ed elevati con la materialità più corposa della vita erotica. La forma della novella, cioè, offre lo strumento espressivo più duttile per riprodurre quell’esperienza della realtà vasta e multiforme di cui Boccaccio, come si è visto, è avido.

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    La lingua e lo stile

    La varietà del mondo del Decameron , con la sua sterminata pluralità di presenze reali, corrisponde anche una pluralità di registri stilistici. Prima di esaminarli occorre però una distinzione preliminare, tra la lingua della voce narrante e la lingua dei personaggi. Più propriamente, nel primo caso, bisognerebbe parlare di voci, data la pluralità dei narratori; ma poiché, come si è visto, essi non presentano caratteristiche nettamente distinguibili, le diverse voci possono assommare un’unica funzione indifferenziata, ed è legittimo parlare di narratore in generale. Alla sua voce va altresì assimilata quella dell’autore stesso, quando prende la parola in prima persona nel Proemio, nelle introduzioni alle giornate, nella Conclusione dell’autore. Il discorso “autoriale” è caratterizzato di norma da uno stile “alto” e sostenuto. Esso è costituito soprattutto da periodi molto lunghi, costruite con ampie architetture di subordinate, gerarchicamente disposte intorno alla principale. Vi si accompagna poi tutta una serie di procedimenti retorici, disposizioni di membri paralleli, inversioni, collocazione del verbo al fondo del periodo, costruzioni col verbo all’infinito, alla latina, disposizioni a chiasmo, anafore, dittologie. E’ un tipo di periodare che guarda intenzionalmente al modello della prosa latina. In questo periodare si riflette però anche il gusto tutto medievale delle ars dictandi che ama organizzare la prosa in clausole ritmiche, a volte persino in strutture metriche. Il periodare classicamente costruito non risponde però ad un mero fine retorico, al solo intento di riprodurre formalmente i modelli illustri, ma possiede un’intima esigenza espressiva, che si collega al nucleo più profondo della stessa visione boccacciana. Il periodo gerarchicamente costruito sulla subordinazione vale a mettere in evidenza nella proposizione principale ciò che è essenziale, collocando invece nelle subordinate ciò che è accessorio, gli antefatti, le circostanze concomitanti; vale cioè a dare un ordine rigoroso, perfetto, agli elementi della sintassi. Questa costruzione riflette la volontà di sistemare in modo rigoroso anche gli aspetti della realtà che la parola designa: lo stile è il riflesso più eloquente della fiducia boccacciana nella possibilità di dominare intellettualmente la molteplicità brulicante del mondo, di disporla entro precisi moduli d’ordine: il mondo viene ordinato anche mediante la sua traduzione in architetture verbali. A livello di stile si ritrova quella tendenza a ridurre ad unità armonica la molteplicità.

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